01/10/2013 15:57

I piedi si poggiano sull’acqua e affondano di poco nella sabbia, cammini così in questa landa di mare dove il vento spira forte e i gabbiani regnano. Non c’è sole, oggi. C’è il vento che muove il tuo foulard e lascia il tuo occhio sospeso su quella distanza che hai davanti, un’onda avanti, un’onda indietro. Ti muovi piano e posi le mani in tasca, qualche sassolino raccolto e le tue dita che non vogliono prender freddo. Ti accarezza il viso solo la persona che hai dimenticato alla banchina, sulla nave andata via, lontana, che fuma. Nella sabbia affondi, nel cuore sprofondi e la vista si aggrappa con tutte le sue forze al vago bianco oggetto che più piccolo diventa pian piano.

Volti le spalle alle onde arcane e trovi la banchina di palme oscillanti che saluta ancora, come una mano, coloro che distanti come te, stanno. È già qualcosa per potersi dire accolti, e così a poco a poco trasporti la sabbia nei sandali, e te, fino al punto più comodo per sederti e poter riporre la testa tra le mani. Prima guardando sconsolato lontano, poi affondandoci la testa e tutto te stesso, quasi.

Le tue mani rendono i tuoi occhi come chiusi, lasciando solo il nero come tela. La tela dove il tuo cane bianco passeggia e fa le feste a chi non c’è più, una tela nera che si riempie di linee orizzontali chiare come le persiane dalle quali spiavi poco le gentili curve dei visi e dei corpi di altri. Lo sciabordare di altri bagnanti, il rumore degli ombrelloni che si aprono e il vero sole del mattino che si schiude sono per te un’orchestra ignorata. Distrazioni di sfondo che non vuoi più avere. Con il sole appena arrivato l’arancio della tela ti riporta il sapore del sugo che ti si era appena porto per assaggiarlo, le escursioni in montagna e tovaglie ricamate.

Le asciugamani sulla sabbia bagnata di ricamato non avevano nulla: colori in acrilico che in batteria si posavano e spruzzavano fuori i granelli intorno. Una pioggia di granelli: un telo, due teli, tre teli… un domino di persone che si posano per terra. Un turismo selvaggio, non come il tuo che ti arricchiva. Ci si siede, si mangia, si bagna, si va. Mentre lontano la barca va.

Ti rialzi, non sai con quale umore, e a ritmo il tuo zaino ti colpisce la schiena, ricordandoti che, come un mulo, devi andare avanti. Guardare avanti: la strada per tornare a casa, la strada per andartene da questa, la strada per lavorare, la strada per imparare. Tutte le strade che ora ramificate vedi davanti a te, salire in aria come un disegno sulla parete di una stanza. I fiori che vi crescono sono rossi e frutti diversi vi fanno compagnia. Ti vedo. Sei fermo ad una fermata urbana, lo zaino indosso e il mare dietro di te, insieme a tanta altra gente. E così che scompari nell’autobus, mentre l’ultima porta si chiude.